The Place: come trasporre (bene) una serie TV sul grande schermo

Il film di Genovese è un esperimento ben riuscito che racconta il mondo in modo particolare.

Quando un regista decide di mettere su un film riprendendo una serie TV le opzioni sono due: o la serie non vale niente, o il film non vale niente.

Per questo quando Paolo Genovese ha deciso di realizzare The Place, dopo il successo (con conseguente David di Donatello) di Perfetti Sconosciuti, molti hanno storto il naso.

Il film sui rapporti di coppia aveva sconvolto tutti perché era riuscito a mixare bene una commedia ed un thriller, lavorando su introspezione e caratterizzazione dei personaggi, ma stavolta l’impresa sembrava molto più complessa del previsto.

Genovese, per portare sul grande schermo la trasposizione della serie tv The Booth at the End  si è affidato all’usato sicuro, puntando su gran parte del cast di Perfetti Sconosciuti (Marco Giallini, Alba Rohrwacher, e soprattutto Valerio Mastandrea), integrandolo in modo parecchio variegato, inserendo nella squadra due “duri da serie TV” come Vinicio Marchioni e Alessandro Borghi,  quattro attori navigati come Rocco Papaleo, Vittoria Puccini, Silvia D’Amico e Giulia Lazzarini e due “attori” come un’inaspettata Sabrina Ferilli ed un redivivo Silvio Muccino, il tutto con una riuscita molto spontanea.

Di certo si è risparmiato sulla scenografia (il luogo in cui si svolge è uno solo), ma è sull’aspetto psicologico che il regista ha lavorato maggiormente.

La vita, in The Place come in The Booth at the End, è un sentiero tortuoso nel mezzo della quale appare improvvisamente qualcuno in grado di risolvere tutto o di complicarlo irrimediabilmente. La scelta sta al singolo, che può decidere se affidarsi a questo figuro un po’ demone, un po’ psicologo, cedendo alle sue condizioni (e si parla di commettere omicidi, stragi, stupri), oppure abbandonare le tentazioni e tentare di cambiare la propria vita da soli.

The Place è un film corale, altamente sperimentale, che può non essere compreso da qualcuno. Se andate al cinema per svagarvi e basta non andate a vedere questo film, vi lascerà con l’amaro in bocca, perché in un modo o nell’altro vi farà riflettere su voi stessi, mettendo in dubbio la vostra parte più intima.

Quanto saresti disposto a mettere in gioco per un tuo desiderio? È questa la domanda che il film di Genovese, lontano certamente dalle atmosfere di Perfetti sconosciuti, ma comunque di buon livello, pone continuamente. Una domanda che assume mille forme, una domanda a cui difficilmente sappiamo rispondere, a meno che non siamo disposti a prendere tutti i nostri vissuti e a metterli in gioco una volta per tutte.

Quando un regista decide di mettere su un film riprendendo una serie TV le opzioni sono due: o la serie non vale niente, o il film non vale niente. Stavolta però, fortunatamente, non è stato così.

Alessandro Ferri

Grasso, grassissimo, ma non per questo meno bello degli altri. 23 anni, quasi giornalista, iscritto ad una facoltà stupida, amo scrivere per mostrare al mondo il mio ego smisurato. Prima di tutto però, viene la bellezza e credetemi, ne siamo ben forniti qui.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *