Ansia, trasferte e luoghi comuni: com’è giocarsi il futuro a un concorso militare

Diciamo che non è una cosa da tutti i giorni svegliarsi la mattina, per di più alle 05:30, con la consapevolezza che quella non sarà una giornata come le altre, anonima e noiosa, ma molto più movimentata e ricca di emozioni.
Io una mattina del genere l’ho vissuta qualche giorno fa, quando la sveglia ha suonato prima dell’alba per ricordarmi che non dovevo perdere tempo, dovevo sbrigarmi a prendere il treno che mi avrebbe portato a Roma, precisamente a svolgere la prova preliminare di un concorso militare.

Esatto, un concorso militare.

Tre anni fa scattò in me qualcosa che mi portò a pensare che quella sarebbe stata la strada che volevo percorrere e da quel momento, niente e nessuno riuscì a farmi desistere da quell’idea che, nonostante qualche ostacolo, è stata sempre viva in me.

Armata di tanta determinazione, molta pazienza e troppa ansia, ho iniziato il lungo viaggio che mi avrebbe vista cambiare ben tre mezzi di trasporto per arrivare sana e salva, e con ancora qualche energia per svolgere il test, davanti la caserma.

Scesa da un pullman carico di ragazzi come me, anche loro fatti delle mie stesse paure, ansie e sogni, mi trovo davanti una muraglia immensa di persone che, data la mia esigua altezza, non ho potuto quantificare. Frotte e frotte di ragazzi continuavano ad arrivare da ogni lato della strada, chi con il sostegno di una madre e un padre che trasudavano agitazione, chi accompagnati da borsoni e valigie ingombranti, perché chissà quanti chilometri avranno fatto per giocarsi quest’unica opportunità.

La cosa che più destabilizza e non fa che aumentare il fattore ansia è l’attesa: l’attesa per l’apertura dei cancelli, per l’identificazione, per l’inizio della prova; insomma, ciò che forse è più complicato del test stesso è come saper gestire quell’attesa infinita, che dilata esuberantemente il tempo.
Una volta entrati in caserma, scende un silenzio quasi religioso, sia perché sei troppo impegnato a non sbagliare varco che ti è stato assegnato perché altrimenti che figura ci fai, ad essere beccato da un ufficiale mentre stai sbagliando una cosa così elementare; sia perché, diciamocelo, è sempre una competizione, bisogna tenere le dovute distanze dall’avversario.

Finalmente mi assegnano il posto e, con una rigidità nei movimenti non indifferente, perché sei in una caserma in una fase concorsuale e devi stare sempre sul pezzo, riesco mentalmente a rilassarmi un po’, sembra che quell’odissea sia terminata e posso raccogliere la concentrazione necessaria, che cala drasticamente quando acquisti consapevolezza che prima di iniziare il test trascorreranno, se ti dice bene, due ore. E allora parte la domanda: “ora che faccio?”. Per ammazzare il tempo non so se ripassare a mente le duemila o più domande della banca dati che ho fagocitato in un mese, ma immediatamente credo non sia una buona idea; allora opto per mostrarmi disponibile attaccando bottone con la mia “vicina di banco”, compagna di quest’esperienza. Lei viene da Brescia, ha dovuto prendere un aereo per essere qui oggi, è sola ed ha 19 anni, come me, con la sfortuna che Roma non la conosce per niente, è stato difficile raggiungere la caserma a Tor di Quinto.

Parlando con lei, intravedo un’espressione di entusiasmo misto a stanchezza quando racconta del viaggio, della spesa che sostiene ogni volta che deve spostarsi per un concorso, allora mi ritengo fortunata ad averci impiegato solo due ore scarse e, per giunta, a costo zero (qualche vantaggio di essere una studentessa pendolare c’è allora). In ogni caso la domanda sorge spontanea: perché non mettono più sedi in Italia per svolgere le prove concorsuali, senza che i poveracci che abitano a nord o a sud devono farsi chilometri e chilometri mettendo in conto pure di poter essere buttati fuori? Probabilmente già quella è una selezione, è tutta una tattica. Ma nonostante questo, vedo tutta la determinazione che ha e che la spinge a fare tutti quegli spostamenti e quei sacrifici per cercare di prendersi quel sogno che nel cassetto non ci vuole più stare. Che poi uno lotta così tanto per raggiungere quest’obiettivo tanto sperato, mesi e mesi di completa dedizione, ma assolutamente non è scritto da nessuna parte che quel posto sarà tuo e che diventerai la persona che vuoi essere come nelle migliori storie a lieto fine. Prima di tutto devi metterci tutto te stesso e tutta la convinzione possibile, non puoi permetterti di abbassare la guardia nemmeno un attimo, perché la concorrenza è tanta; poi devi crederci, fortemente, pensare che uno di quei pochi, pochissimi posti è tuo, perché te lo meriti, hai dato e sacrificato tanto per ottenerlo.

C’è chi dice, con la classica espressione di cui ormai ho la nausea, “entri solo se hai la raccomandazione”. D’accordo. E allora che faccio, non ci provo nemmeno così che gli eventuali “raccomandati” hanno la strada tutta in discesa? Poi c’è chi meno pessimisticamente pensa “ma no, entri solo se meritevole, le raccomandazioni non c’entrano”. Diciamo che, secondo il mio umilissimo parere, c’è bisogno di un mix di entrambe le cose, in quest’Italia in cui se non sei “figlio di” spesso e volentieri rimani nelle retrovie, tu e la tua bravura che non è servita proprio a un bel niente, nonostante sia consapevole che meglio di così proprio non aversati potuto fare.

Redazione Fdt

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